In una giornata ordinaria, quando non succede niente e le crisi annunciate di ora in ora sono quelle di sempre (e tanto per cambiare i poltici dichiarano che senza di loro sarebbe la CATASTROFE), passando accanto a qualcuno puo’ succedere di scambiarsi un rapido sguardo. Alcune di queste occhiate servono a verificare se anche gli altri immaginino la stessa cosa quando dicono: allora questa e’ la vita!
Cerco le parole per descrivere il periodo storico che stiamo vivendo. Dire che non ha precedenti non significa molto, perche’, da quando si e’ scoperta la Storia, ogni periodo e’ stato senza precedenti!
Non sono alla ricerca di una definizione complessa del periodo che stiamo attraversando, perche’ non mancano i pensatori come Zygmuny Bauman, che si sono assunti questo compito essenziale. Sto semplicemente cercando un’immagine che funzioni come punto di riferimento. I punti di riferimento non si spiegano fino in fondo, ma ci offrono un terreno comune. In questo senso somigliano taciti presupposti contenuti nei proverbi popolari. Senza punti di riferimento si corre l’enorme rischio umano di girare a vuoto.
Il punto di riferimento che ho trovato e’ quello della prigione. Niente di meno. In tutto il pianeta viviamo in una prigione.
La parola “noi”, stampata o pronunciata sugli schermi, e’ ormai sospetta, perche’ chi ha potere la usa di continuo affermando demagocicamente di parlare anche a nome di chi non ne ha. Per parlare di noi usiamo quindi il “loro”. Loro vivono in una prigione.
Che genere di prigione? Come e’ fatta? Dove si trova? O sto usando la parola solo come una figura del discorso?
No, non e’ una metafora, la reclusione e’ reale, ma per descriverla bisogna pensare in termini storici.
Che genere di prigione?
Micheal Foucault ha dimostarto in modo vivido che il penitenziario e’ un’invenzione del tardo settecento, inizi ottocento, strettamente connessa alla produzione industriale, alle sue fabbriche e alla sua filosofia utilitaristica. Prima di allora le carceri erano estensioni della gabbia e della segreta. Quel che distingue il penitenziario e’ il numero dei prigionieri che vi si possono ammassare, e il fatto che sono tutti sotto costante sorveglianza.
Oggi, nell’era della globalizzazione, il mondo e’ dominato dal capitale finanziario, non da quello industriale, e i dogmi che definiscono la criminalita’ e le logiche carcerarie sono radilcamente cambiati. I penitenziari esistono ancora e ne vengono costruiti ogni giorno di piu’.
Tra capitalismo industriale, dipendenta dalla produzione e dalle fabbriche, e capitalismo finanziario, dipendente dalle speculazioni del libero mercato e dagli operatori che gestiscono l’interazione con il cliente, l’area di carcerazione e’ cambiata.
Adesso la prigione e’ grande come il pianeta e le sue zone assegnate variano e posso essere definite luogo di lavoro, campo profughi, centro commerciale, periferia, complesso di uffici, favela, sobborgo… La cosa essenziale e’ che quelli che sono reclusi in queste zone sono compagni di prigionia.
Oggi lo scopo di buona parte dei muri della prigione (di cemento, elettronici, pattugliati o inquisitori) non e’ tener dentro i prigionieri e rieducarli, ma tenerli fuori ed escluderli. La maggior parte degli esclusi e’ senza nome. Da questo deriva l’ossessione per l’identita’ di tutte le forze di sicurezza. Gli esclusi sono anche senza numero. Per due ragioni. Primo perche’ il loro numero fluttua: ogni carestia, disastro naturale e intervento militare (ora chiamato mantenimento dell’ordine!) riduce o aumenta la loro moltitudine. Secondo, perche’ stimarne il numero significa affrontare il fatto che loro costituiscono la ma maggioanza degli esseri viventi sulla faccia della terra. E guardare in faccia questa realta’ vuol dire precipitare nell’assoluta assurdita’.
Liberare i piccoli prodotti dalla lor confezione e’ – lo avrete notato – sempre piu’ difficile. Qualcosa di simile e’ successo con le vita di chi ha un impiego remunerativo. Chi ha un lavoro legale e non e’ povero, vive in uno spazio ridottissimo che gli permette un numero sempre minore di scelte, salvo la continua scelta binaria tra ubbidienza e disobbedienza. Il suo orario di lavoro, il suo luogo di residenza, le sue competenze e la sua esperienza passata, la sua saluta, il futuro dei suoi figli, tutto quello che esula dalla sua funzione di dipendente deve occupare una piccola posizione di secondo piano rispetto alle esigenze enormi ed imprevedibili del Profitto liquido. Inoltre la Rigidita’ di questa “regola della casa” e’ chiamata Flessibilita’. In prigione le parole cambiano di segno.
In Giappone l’allarmante pressione delle condizioni di lavoro di alto livello ha di recente obbligato i tribunale a riconoscere e definire la nuova categoria legale di “morte da superlavoro”. Non esiste altro sistema, viene detto a chi ha un impiego remunerativo. Non c’e’ alternativa. Prendete l’ascensore. L’ascensore e’ una piccola cella.
Osservate la strutture del potere senza precedenti che circonda il mondo, e come funzionano le sue autorita’. Ogni tirannia scopre e improvvisa il proprio insieme di controlli. Ed e’ per questo che spesso, al principio, non ci accorgiamo che si tratta di controlli viscosi.
Le forze del mercato che dominano il mondo asseriscono di essere inevitabilmente piu’ forti di qualsiasi stato-nazione. Questa affermazione e’ confermata ogni istante. Da una telefonata non richiesta per convincere l’abbonato a sottoscrivere una nuova assicurazione sanitaria o pensione privata fino al piu’ recente ultimatum dell’Organizzazione mondiale del commercio.
Il risultato e’ che la maggior parte dei governi non governa piu’. Un governo non procede piu’ nella direzione che si e’ scelto. La parola orizzonte, con la sua promessa di un futuro in cui sperare, e’ svanita dal discorso politico, a destra e sinistra. La sola cosa ancora aperta alla discussione e’ come misurare quel che c’e’. I sondaggi d’opinione rimpiazzano l’orientamento e si sostituiscono al desiderio.
La maggior parte dei governi ammassa il branco invece di governare.
Nel Settecento alla pena di carcerazione a lungo termine si dava con tono di approvazione la definizione di “morte civile”. Tre secoli dopo, i governi stanno imponendo con la legge, la forza, le minacce economiche e il loro brusio mediatico, regimi di massa di “morte civile”.
Vivere sotto una qualsiasi tirannide del passato non era forse una forma di carcerazione?
E’ qui che il pensiero di Zygmunt Bauman e’ illuminante. Egli mostra che le forze del mercato finanziario che oggi governano il mondo sono extraterritoriali, vale a dire “libere dalle costrizioni territoriali, le costrizioni della localita’. Sono perennemente remote, anonime e dunque non devono preoccuparsi delle conseguenze fisiche, territoriali delle loro azioni. Bauman cita Hans Tietmeyer, presidente della banca federale tedesca: “La posta odierna e’ creare condizioni favorevoli alla fiducia degli investitori”. La sola e suprema priorita’.
Ne consegue che il controllo delle popolazioni mondiali, composte di produttori, consumatori e poveri emarginati, e’ il compito assegnato ai docili governi nazionali.
Il Pianeta e’ una prigione e i governi ubbidienti, di destra o sinistra, sono i mandriani.
Il sistema-prigione opera grazie al ciberspazio. Il ciberspazio offre al mercato una rapidita’ di scambio pressoche’ istantanea, in funzione 24 ore su 24 in tutto il mondo per commerciare. Da questa rapidita’, da questa velocita’, la tirannia del mercato ottiene la sua licenza extraterritoriale. Una simile velocita’, tuttavia, ha un effetto patologico su quelli che la praticano: li anestetizza. Qualunque cosa succede, business as usual.
Quella velocita non lascia spazio al dolore: forse alle sue avvisaglie, ma non alla sofferenza. Di conseguenza, la condizione umana e’ bandita, esclusa, da chi fa funzionare il sistema, che e’ solo perche’ non ha cuore. In passato i tiranni erano spietati ed inaccessibili, ma facevano parte del vicinato ed erano esposti al dolore. Non e’ piu’ cosi, e in questo sta il probabile punto debole del sistema.
Loro (noi) sono compagni di prigionia. Questo riconoscimento contiene un rifiuto. Da nessuna parte piu’ che in prigione il futuro e’ conteggiato e atteso come qualcosa di assolutamente opposto al presente. Chi e’ in carcere non accettera’ mai che il presente sia definitivo.
Nel frattempo come vivere questo presente? Che conclusione trarre? Che decisioni prendere? Come agire? Adesso che il punto di riferimento e’ stato fissato, ho qualche indicazione da suggerire.
Di qua dai muri si da’ retta all’esperienza, nessuna esperienza e’ considerata obsoleta. Qui la sopravvivenza e’ rispettata ed e’ inutile dire che spesso dipende dalla solidarieta’ tra compagni di prigionia.
Le autorita’ lo sanno, ecco perche’ ricorrono all’isolamento, attraverso la segregazione fisica o il loro brusio mediatico, per disconnettere le vite individuali della storia, dal lascito del passato, della terra e, soprattutto, da un futuro comune.
Ignorate le chiacchiere del carceriere. Ovviamente tra i carcarieri, ce ne sono di cattivi e meno cattivi. In certe condizioni e’ utile notare la differenza. Ma quel che dicono – i meno infami – sono cazzate. I loro inni, le loro parole di legno, per esempio Sicurezza, Democrazia, Identita’, Civilta’, Flessibilita’, Produttivita’, Diritti Umani, Integrazione, Terrorismo, Liberta’, sono ripetuti all’infinito per confondere, dividere, distrarre e sedare tutti i compagni di prigionia. Di qua dai muri, le parole dei carcerieri sono prive di significato e non aiutano piu’ a pensare. Non portano da nessuna parte. Rifiutatele anche in silenzio quando siete per conto vostro.
Tra i compagni di prigionia non mancano i conflitti, a volta violenti. Tutti i prigionieri sono deprivati, eppure ci sono diversi gradi di deprivazione e le differenza di grado suscitano invidia. Di qua dai muri la vita vale poco. Il fatto stesso che la tirannide globale sia senza volto incoraggia la ricerca di capri espiatori, di nemici immediatamente identificabili, tra gli altri reclusi. Allora le celle soffocanti diventano un manicomio. I poveri aggrediscono i poveri, chi e’ stato invaso saccheggia l’invasore.
Le autorita’ fanno sistematicamente del loro meglio per tenere i compagni di prigionia male o poco informati su quel che succede altrove nella prigione del mondo. Non indottrinano nel sensso aggressivo del termine. L’indrottinamento e’ riservato alla formazione di una piccola elite’ di operatori ed esperti di management e mercato.
Riguardo alla massa della popolazione carceraria lo scopo e’ non attivarla, bensi’ tenerla in uno stato di insicurezza passiva, per ricordarle senza rimorsi che nella vita non c’e’ altro che rischio e che la terra e’ un posto pericoloso.
Lo si fa mescolando informazioni accuratamente selezionate, informazioni sbagliate, commenti dicerie, storie inventate di sana pianta. Nella misura in cui si riesce, l’operazione propone e alimenta un paradosso allucinante, poiche’ spinge la popolazione carceraria a credere che per ognuno dei suoi membri la priorita’ sia organizzare la propria difesa personale e ottenere in qualche modo, nonostante il comune stato di reclusione, la propria speciale esenzione del destino collettivo.
L’immagine dell’umanita’ che ci viene trasmessa dalla visione del mondo e’ ancora una volta senza precedenti. L’umanita’ e’ presentata come una massa di codardi: solo i vincenti sono coraggiosi. Inoltre non ci sono regali: ci sono solo premi.
I prigionieri hanno sempre trovato dei sistemi per comunicare tra loro. Nell’attuale prigione globale il ciberspazio puo’ essere usato contro gli interessi di chi l’ha originariamente installato. In questo modo, i reclusi raccolgono informazioni su quel che il mondo fa ogni giorno e ricostruiscono le storie del passato, trovandosi cosi fianco a fianco con i morti.
Nel farlo, riscoprono piccoli doni, esempi di coraggio, un’unica rosa in una cucina dove non c’e’ abbastanza da mangiare, dolori indelebili, l’instancabilita’ delle madri, risate, aiuto reciproco, silenzio, una resistenza che continua a crescere, il sacrificio volontario, altre risate…
I messaggi sono brevi, ma si protraggono nella solitudine delle loro notti.
L’indicazione finale non e’ tattica, ma strategica.
Il fatto che i tiranni del mondo siano extraterritoriali spiegano la misura della loro capacita’ di sorveglianza, ma indica anche una debolezza a venire. Operano nel ciberspazio e abitano in condomini strettamente vigiliati. Non sanno neinte della terra che li circonda. Ne’ vogliono conoscerla, perche’ a sentir loro si tratta di un sapere superficiale, senza profondita’. Contano solo le risorse che ne estraggono. Non posso prestare ascolto alla terra. Sul terreno sono ciechi. Nello spazio fisico e locale sono persi.
Per i compagni di prigionia e’ vero il contrario. Le celle hanno pareti che si toccano da una parte all’altra del mondo. Gli atti concreti di resistenza si radicheranno nel locale, vicino e lontano.
Lentamente la liberta’ viene ritrovata non all’esterno, ma nel cuore della prigione.
John Berger
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